Qualunque intervento che abbia per oggetto Pierre Teilhard de
Chardin non può fare a meno di confrontarsi con la teoria darwiniana
dell’evoluzione della specie, integrata a metà del XX secolo con la
genetica e le nuove scoperte sul tema della trasmissione dei caratteri e
tuttora dominante all’interno della comunità scientifica.
La ragione di questo confronto deriva dal fatto che l’interpretazione
fornita da Teilhard dello svolgimento dei fenomeni naturali a livello
planetario, contrasta profondamente con quelli che sono i presupposti
della teoria di Darwin e cioè la varianza casuale dei caratteri e la
selezione naturale che egli pone a base della sua teoria evolutiva delle
specie viventi.
Il dibattito attuale sull’evoluzione, come pure al tempo della
formulazione della teoria di Darwin, si basa più su presupposti di
carattere ideologico-religioso che su dati scientifici concreti: questa
pregiudiziale determina un clima di incomprensione che non facilita
una discussione serena e tende a scoraggiare coloro che sulla base di
nuove evidenze e di una formulazione razionale osano andare contro
l’opinione corrente in questo tema.
Un ulteriore elemento di confusione è determinato dall’uso di termini
comuni a cui vengono attribuiti significati diversi come accade ad
esempio per le parole caso e probabilità che molto spesso vengono
utilizzati in modo equivalente ma che come vedremo sono
completamente diversi.
Il carattere veramente innovativo della teoria di Teilhard è stato
quello di dare una lettura unitaria al processo evolutivo che inizia con
la materia inanimata “previta” per terminare con la noosfera ed il punto
omega.
La forza trainante di questo processo è stata da lui individuata in una
legge naturale di “complessificazione” correlata con il manifestarsi di
strutture ed organismi sempre più complessi lungo quella che egli
individua come la “freccia dell’evoluzione”.
La teoria di Teilhard individua quindi nel “regnum naturae” una
legge generale che determina la complessificazione attraverso un
processo costruttivo di cooperazione piuttosto che un processo selettivo
di tipo darwiniano che agisce su una variabilità genotipica
determinatasi casualmente.
La nostra adesione alla teoria di Teilhard si basa non tanto su ragioni
di tipo sentimentale, che pur sono estremamente vive ed imperanti nel
nostro animo, e su innumerevoli indizi riscontrabili nella letteratura
scientifica ma piuttosto su due fondamentali presupposti che rendono
la teoria di Darwin e dei neodarwinisti non più accettabile alla luce
delle nuove scoperte scientifiche soprattutto dopo la decodificazione
del genoma umano e di molti altri animali.
Il primo è di carattere puramente matematico , e cioè la presenza
nell’uomo di circa 30.000 geni, ciascuno dei quali costituito da diverse
centinaia di basi puriniche e pirimidiniche rende praticamente nulla la
probabilità che la permutazione casuale di due di queste basi possa
risolversi nella comparsa di un nuovo carattere od addirittura di una
nuova specie. Quindi risulta matematicamente certa l’impossibilità che
un processo puramente casuale ( cioè in cui un evento ha la stessa
probabilità di avvenire di tutti gli altri eventi possibili) sia la causa della
generazione di una nuova specie.
Il secondo è di tipo biologico–naturale e cioè che sono ormai
accertati meccanismi di riparazione del DNA all’interno della singola
cellula tali da rendere quasi impossibile la presenza di errori di
copiatura delle stesso DNA. Questo significa senza ombra di dubbio
che ci sono dei meccanismi naturali che operano all’interno della
cellula in grado da inibire od eventualmente permettere mutazioni
genetiche e che agisce a monte della selezione naturale che può operare
solo sui singoli individui e di conseguenza sulle specie.
La selezione naturale quindi non è in grado di creare nuove specie
animali, ma è solo in grado di determinarne la sopravvivenza o la
morte.
a - Caso e probabilita'.
Molto spesso queste due parole vengono usate indifferentemente sia
per esprimere la mancanza di cause efficienti individuate
deterministicamente, sia per descrivere l’impossibilità non teorica, ma
soltanto pratica di conoscere effettivamente tali cause.
Questo elemento di confusione rende spesso impraticabile il dialogo
tra i neodarwinisti ed i loro oppositori, che potremmo chiamare per
semplicità neo-lamarckiani.
Viene definito evento casuale quello per cui la sua probabilità di
avvenire è la stessa di tutti gli altri eventi possibili e cioè se se abbiamo
90 eventi possibili (estrazione dei numeri al lotto) la probabilità di
estrarre un certo numero è 1/90) : questo tipo di caso non è in grado di
procurare nessun ordine, sfugge a qualsiasi tipo di indagine razionale e
non è in grado di generare non solo nessuna specie evoluta, ma neanche
nessun ordine e tanto meno la vita.
Un tipo di fenomeno che erroneamente viene chiamato casuale ma
che più opportunamente andrebbe definito come probabilistico si
verifica quando cerchiamo di colpire un oggetto volante con un fucile
da caccia. In questo esempio, l’evento della collisione tra il bersaglio
ed un particolare pallino si sottrae alle leggi deterministiche della
fisica ma soggiace alle leggi probabilistiche che assegna una
distribuzione di probabilità legata geometricamente ( tramite le leggi di
gravità) con l’asse della canna del fucile che adoperiamo. Questo non
vuol dire che vengono meno le leggi deterministiche della fisica ma
solamente che le condizioni iniziali di ciascun pallino della cartuccia
sono leggermente diverse ( e non conosciute esplicitamente) tali da
garantirci non una certezza assoluta dell’evento ma solo una probabilità
più o meno grande.
Sappiamo che la distribuzione di probabilità che dipende dalla
posizione relativa del bersaglio rispetto all’asse della canna del fucile è
raffigurata da una curva gaussiana la cui larghezza caratteristica può
variare da zero ( certezza assoluta) all’infinito (puro caso).
Molte volte i neo-darwiniani si riferiscono a questo tipo di casualità
che in realtà è un determinismo di tipo statistico che presuppone la
presenza di leggi naturali che agiscono sui singoli individui producendo
risultati più o meno probabili a seconda delle condizioni iniziali in cui i
singoli individui si trovano, cioè a seconda di quelle che noi
chiameremo “condizioni al contorno”.
Il contributo di Darwin nella ricerca e nella documentazione del
fenomeno dell’evoluzione delle specie animali è stato fondamentale e
nessuno osa metterlo in dubbio. Tuttavia il tentativo di spiegazione da
lui fornito sulle cause di quell’evoluzione che egli aveva così
brillantemente dimostrato soffre evidentemente dell’estrema povertà di
conoscenze che la nascente scienza stava acquisendo e che come tale
va quindi considerato.
Purtroppo ed indebitamente alla teoria di Darwin è stata attribuita
una valenza di tipo ideologico-religioso che ne ha impedito un naturale
sviluppo tramutandola in una sorte di fede atea che condiziona tuttora
una buona parte del mondo scientifico.
La teoria di Teilhard che egli espone ne “Il fenomeno umano” si basa
esclusivamente su di una esposizione fenomenologica dell’evoluzione
della vita a partire da quella che egli chiama “previta” sino a giungere
alla noosfera. Naturalmente la sua descrizione e la teoria che da essa
emerge assume anche dei connotati di natura filosofico-religiosa,
soprattutto nella formulazione del punto omega che egli identifica
come il punto di convergenza della storia dell’universo, tuttavia egli si sforza
costantemente nel tener separata la sua natura di scienziato dalla
sua natura di credente, non tanto per occultare quest’ultima ma solo al
fine di evitare qualunque indebita contaminazione che potrebbe in
qualche modo invalidare la struttura razionale e scientifica della sua
opera.
Questo contributo, attraverso una revisione critica dell’opera di
Teilhard si propone di dare uno spessore scientifico, soprattutto in quei
campi in cui al tempo della stesura del libro la conoscenza era carente,
alla intuizione fondamentale di Teilhard che a 50 anni dalla sua
scomparsa rivela intatta tutta la sua potenzialità in termini filosofici-
religiosi e sociali.
|